Proust, gli asparagi e l’immortalità dell’anima

Written by Paola Cerana on Mercoledì, 06 Marzo 2013. Posted in Marzo 2013, Le muse del gusto

Sebbene fosse molto malato, Marcel Proust era un uomo di mondo e amava la bella vita.
Quando l’asma gli dava tregua, sgusciava fuori dalla sua stanza ovattata per frequentare quei personaggi che avrebbero preso vita nelle sue toccanti pagine: ricchi signori, intellettuali e nobildonne ma anche da valletti, lacchè e camerieri.

A la recherche u temps perduQuesti erano gli ingredienti umani che ispiravano lo scrittore. Tuttavia, egli apprezzava anche la buona cucina. E’ famosa una cena del 18 maggio 1922, organizzata all’Hotel Majestic di Parigi: l’evento fu memorabile perché riunì in un sol colpo tutta l’élite intellettuale di quell’epoca, tra cui Joyce e Proust, appunto.
La scelta del menù richiamava le nuances gastronomiche della “Recherche”. Come entré sfilavano dei magnifici crocque-monsieur accompagnati da uova impanate; seguivano gli asparagi selvatici insieme alle carni, anch’esse proustiane, dalla coscia di montone in salsa bérnaise, al boeuf à la gelée speziato, al pollo financière al Madeira. Infine, per dessert, macedonia tartufata, budino di castagne al kirsch, dolce di mandorle, gelato di caffè e pistacchio e mousse di fragole. Il tutto rallegrato da abbondante champagne.

Proust, in particolare, adorava gli asparagi e nella sua “Recherche” compaiono spesso in tutta la loro turgida freschezza primaverile: "Erano i giorni più belli della primavera … sostavo rapito davanti agli asparagi, aspersi d'oltremare e di rosa, e il cui gambo, delicatamente spruzzettato di viola e d'azzurro, declina insensibilmente fino al piede - pur ancora sudicio del terriccio del campo - in iridescenze che non sono terrene.” È straordinario come poche parole riescano a sprigionare profumi di campagna, di buono e di semplicità. “Mi sembrava che quelle sfumature celesti palesassero le deliziose creature che s'eran divertite a prender forma di ortaggi e che, attraverso la veste delle loro carni commestibili e ferme, lasciassero vedere in quei colori nascenti d'aurora, in quegli abbozzi d'arcobaleno, in quell'estinzione di sete azzurre, l'essenza preziosa che riconoscevo ancora quando, l'intera notte che seguiva ad un pranzo in cui ne avevo mangiati, si divertivano, nelle loro burle poetiche e volgari come una favola scespiriana, a mutar il mio vaso da notte in un'anfora di profumo.” asparagiSolo un’anima sensibile può cogliere tanta bellezza dentro a un gambo verde ma occorre poi il talento dell’artista per farne un’opera d’arte.

Complice dell’amore di Proust per gli asparagi pare sia stato un libro della duchessa Elisabeth de Gramont, intitolato “L’Almanach des bonnes choses de France”, che evidenziava come l’immaginazione giocasse un ruolo preponderante nella degustazione dei cibi e come ognuno di essi avesse un linguaggio proprio. E di fatti, Proust non si limitava a qualche malinconico e solitario bocconcino di madeleine imbevuto nel tè.
Forse però non sapeva che l’asparago aveva una fama malandrina, perché nell’antichità era considerato un ortaggio inequivocabilmente fallico. Originario dell'Asia, l’Asparagus officinalis era conosciuto come pianta spontanea già dagli Egizi che ne diffusero la coltivazione nel bacino del Mediterraneo, anche se fu
Catone il primo a parlarne sotto il profilo agronomico. Mentre i greci lo consideravano altamente afrodisiaco, i romani ne avevano opinioni contrastanti. C’era chi consigliava alle donne di portarne le radici in un sacchetto nascosto tra le vesti come contraccettivo in caso di necessità; altri ritenevano, invece, che gli asparagi accrescessero la virilità maschile, credenza rivalutata nel Medioevo con la Scuola Medica Salernitana.
Se contro la frigidità femminile si raccomandavano punte di asparagi avvolte nei petali di rose, per curare l’impotenza maschile s’indicavano gli asparagi più grandi. Al loro presunto potere afrodisiaco sembra che ricorsero anche parecchi uomini illustri. Luigi XIV fece erigere nei giardini di Versailles un obelisco in onore del giardiniere che riuscì a coltivarli tutto l’anno, non si sa se perché particolarmente ghiotto d’asparagi o di donne.
Si dice che anche Napoleone III li ritenesse indispensabili durante le cene intime con donne particolarmente desiderabili, tanto da rimandare il convivio nel caso gli ortaggi non fossero stati disponibili.

Dolci ricordi le petites madeleines di Marcel Proust


Probabilmente la loro fama afrodisiaca deriva sia dalla forma, lunga e turgida, sia dalla velocità di crescita dei turioni, che in un paio di giorni raggiungono anche 25 centimetri di lunghezza. Osservandoli in primavera, infatti, è facile ammirare la parte superiore del rizoma carica di germogli che, appena nati, somigliano a “mazzetti di lapis inconsapevoli d’aver sbagliato bottega”, come racconta lo scrittore Giuseppe Marotta. Queste sono le parti commestibili, che nella loro protuberanza estrema rammentano il membro maschile in erezione. Oggi si sa che, in realtà, le loro proprietà benefiche (soprattutto di quelli selvatici, come aveva intuito Proust) derivano da una buona dose di sostanze energetiche, dalle vitamine A, B e da aminoacidi e oligoelementi che facilitano le funzioni renali e depurative.

Tornando, infine, al ricevimento parigino di Proust, pare che gli asparagi serviti asparagiquella sera siano stati di suo gradimento e probabilmente gli restarono indimenticabili. Infatti, quello fu uno degli ultimi eventi mondani cui lo scrittore partecipò. L’occasione successiva in cui molti degli ospiti si ritrovarono, fu esattamente sei mesi dopo: non più a cena ma accodati al carro funebre che trasportava il feretro di Proust. Parigi, quel giorno di lutto, pareva surreale. Era il 18 novembre del 1922 e un sole primaverile si mescolava alle luci dei boulevards, dove le librerie esponevano i primi volumi della “Recherche”. Il riflesso di quelle luci non trasmetteva solo l’immagine di un Tempo Ritrovato ma la certezza di una conquistata eternità.
Un’eternità che, con un pizzico d’ironia, coinvolge anche l’asparago immortalato dall’impareggiabile commediografo surrealista Achille Campanile, il quale ha scritto: “Dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima.”
Chissà se Proust sarebbe stato d’accordo!

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