Ecco la Primavera che il cor fa rallegrare

Written by Terry Zanetti on Mercoledì, 06 Marzo 2013. Posted in Marzo 2013, La pentola magica

 

Il Pane di Primavera

Simbologia, riti, credenze, superstizioni

Il grano, divinità primordiale, con la sua continua germinazione, simboleggia il risorgere costante della vita dopo la morte, come la primavera, come la Pasqua.

001 Flora dea della rinascita primaverile.jpg “Simbolo”, termine il cui etimo deriva dal greco “sỳm-bolon”, “riunire insieme”, “mettere assieme due parti distinte”, in lingua latina “Sỳmbolum”.
Il simbolo detiene una precisa funzione: quella di abbinare, di unire, di fondere assieme un determinato aspetto o sostanza della natura umana con un significato più profondo, pressoché nascosto, legato tendenzialmente al mondo etico, morale o spirituale.

Si ha un simbolo quando si dà un rapporto più profondo tra significante e significato, quando l’oggetto che rappresenta un altro oggetto è legato ad esso da  qualcosa di intimo in grado di  richiamare valori profondi, non immediatamente manifesti nel linguaggio comune.
Quando per esempio si prende l’agnello come simbolo di Cristo, non si presuppone semplicemente che la figura dell’agnello indichi Cristo, ma che tra l’agnello e Cristo esista un legame profondo, determinato dalla mansuetudine e dal sacrificio sia dell’uno che dell’altro: l’uso del simbolo  è quindi legato al proposito di attribuire a cose, a personaggi e a situazioni del mondo un valore che va al di là della loro immediata apparenza.
È interessante notare come per il pane esista un concetto simbolico che coincide addirittura con quello del significato etimologico di “Simbolo” cioè dell’unire assieme.  
Il pane infatti è un alimento che da sempre è stato utilizzato per simboleggiare  diversi  aspetti della natura e della vita umana, ad iniziare dal concetto di “unione”.

È l’unione dei semi della vita che germogliano nel grano, la fusione di essi mediante l’opera dell’uomo che semina, trebbia, miete, per poi impastare il grano, cuocerlo e trasformarlo nell’alimento fondamentale  per il suo sostentamento. 02 Il Giardino delle Delizie
Il pane diventò simbolo dei valori sostanziali che nutrono l’esistenza quando l’uomo, da nomade dedito alla caccia, divenne stanziale: il suo territorio dapprima fu invero limitato, ma questo gli permise un più facile orientamento. All’interno del suo territorio, cominciò a produrre, dedicandosi all’agricoltura e soprattutto al grano, da cui avrebbe tratto alimento.  
Come la sua vita, dura ed estenuante, l’operazione per la produzione del pane fu ardua e faticosa. Il procedimento della panificazione, dalla mietitura all’impasto e alla cottura, è da paragonarsi all’estenuante sopravvivenza dell’uomo, per cui il pane fu rapportato simbolicamente alla faticosa esistenza del vivere.
Il grano, divinità primordiale, con la sua continua germinazione, simboleggia il risorgere costante della vita dopo la morte.
Il pane condivide il simbolismo del grano da cui deriva: fertilità, nutrimento e vita, cibo del corpo e cibo dell’anima, un’unione creata dai molti grani uniti in una sola sostanza.
Demetra in Grecia e  Cerere a Roma, divinità del mondo antico legate alla fertilità e al grano, incarnavano la Madre Terra o madre dispensatrice; esse simboleggiavano i vegetali morenti al termine dell’estate che scendevano agli inferi per rinascere a primavera. Il culto di Cerere si propagò a Roma nel III secolo avanti Cristo, e il panificare assurse a rito religioso vero e proprio.
A Cerere, la Madre Terra, era connesso il grano e in suo onore le spighe di grano furono chiamate cerealis, cioè sacre a Cerere.  La Madre Terra veniva spesso celebrata insieme a Bacco, dio delle vigne, della fecondazione e in occasione delle “feriae seminativae” (feste della semina a loro dedicate) il popolo allestiva banchetti e libagioni di vino.

Cerere e ContadiniL’alternanza della stagione fredda e sterile con quella calda e opulenta  che corrisponde alle fasi della vita del frumento, cioè  quattro mesi di riposo per le sementi, otto mesi dalla semina alla mietitura, viene interpretata dalla mitologia come causa del dispiacere provato da  Cerere per il distacco periodico e obbligato dalla figlia Proserpina. Il grano venne ad assumere quindi un valore di cibo sacro e di viatico per l’ingresso al mondo degli Inferi: infatti fu proprio grazie ad un pane impastato con erbe e miele, che Enea riuscì ad addormentare Cerbero, il custode infernale, ed entrare nell’aldilà, come ci racconta Virgilio nel sesto libro dell’Eneide. Il tema virgiliano del pane come legame fra i due mondi, ricorrerà frequentemente nella tradizione religiosa popolare e nelle narrazioni fantastiche, ma sarà soprattutto con il cristianesimo che diventerà simbolo di nutrimento spirituale.
Nella simbologia cristiana infatti le spighe di grano rappresentano il pane dell’Eucaristia.
Allora gli dissero: "Signore, dacci sempre questo pane". Gesù rispose: "Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.  (Giovanni, 22,19.) Qui appare ancora l’elemento dell’unione. I credenti in Cristo raggiungeranno il Padre e in Lui saranno riuniti. La condivisione della fede, porta all’appagamento dell’uomo finalmente soddisfatto nella fame e nella sete. Il pane eucaristico è nel contempo materiale e spirituale.
Gesù moltiplicò i pani e i pesci affinché nessuno fosse escluso dal pasto sulla riva del mare di Tiberiade. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì … E quando furono saziati, disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". Durante l’ultima cena, Gesù spezzò il pane per condividerlo coi discepoli, lo stesso gesto perpetuato nei secoli durante l’Eucaristia della Messa. Il gesto di spezzare il pane ha il profondo significato della condivisione, attuata nella consapevolezza dell’imminente morte della vittima sacrificale.  

Riti credenze  superstizioni

004 CerereLe attuali Feste del Raccolto derivano da antichi riti di carattere cruento legati al concetto di morte e rinascita. Purtroppo un tempo venivano sacrificati animali sinistramente eletti a simbolo dello spirito.
Anche l’ultimo contadino che terminava la raccolta poteva essere sacrificato e ucciso, perché si riteneva che lo spirito del grano fosse sceso in lui in quanto ultimo uomo rimasto a falciare.
I riti popolari e rurali legati al cibo, erano e sono ancora  strettamente connessi al mondo dei defunti. La civiltà contadina riteneva che la sua vita faticosa altro non fosse che un progressivo andare incontro alla morte, e che, come il grano e le sementi germogliano dalla terra, così alla morte sarebbe seguita la rinascita. Il pane divenne il tramite tra questi due mondi: il sensibile (o tangibile) e la realtà superiore.

Nella civiltà preindustriale, dal pane così come era lavorato, posato e mangiato, dipendeva tutto il movimento della casa.
Come se il pane fosse stato un essere vivente, i bambini dovevano imparare a rispettarlo, non spezzettandolo in briciole, pena la raccolta, dopo morti, delle stesse in un cesto senza fondo. Quando ciò accadeva bisognava invocare Santa Brigida protettrice. Perché proprio questa santa svedese madre di otto figli? Perché la vita di colei che nel 1350 si batté per riportare il papa da Avignone a Roma visse in completa povertà, tanto da dover mendicare il pane quotidiano, confusa con gli altri poveri sugli scalini delle chiese di Roma.
Il pane non doveva essere bruciato, altrimenti sarebbe capitata una sciagura: per questo motivo doveva essere costantemente sorvegliato, spesso da qualcuno preposto a questo compito specifico e tanto delicato.
Non doveva nemmeno essere rovesciato - era pur sempre come rovesciare il corpo di Cristo - pena una catastrofe, che poteva manifestarsi addirittura con la morte di un componente della famiglia nel caso in cui il pane si fosse spaccato nella cottura. Nel migliore dei casi sarebbero morti i polli.  

005 Cerere mietitriceTra le credenze popolari che hanno per sfondo il mondo rurale, la coltivazione del grano e la produzione del pane, ricordiamo il culto di origine friulana risalente alla fine del Cinquecento dei benandanti, il cui nome significa “buoni camminatori”. Si trattava di persone che si riteneva fossero nati con la “camicia”, cioè con una parte della placenta rimasta attaccata al feto. Il fatto che la placenta li avvolgesse o che ne restasse una parte su di loro, li rendeva esseri eccezionali, soprattutto per il potere taumaturgico attribuito alla placenta, ritenuta sede dell’anima.
Si credeva infatti che al compiersi delle stagioni, e in particolare al tempo dell’equinozio di primavera - che richiamava al concetto di rinascita per eccellenza -  la loro anima fuoriuscisse dal corpo, per incontrarsi con altri eletti Benandanti, uniti assieme per lottare in nome di Dio contro il male, cioè contro streghe e stregoni. Nel mio libro Adiantum, la strega contadina ho riportato un passo di Carlo Ginzburg in cui viene citato un antico documento riguardante questo aspetto: "…Io sonno Benandante perché vò con li altri a combattere quattro volte l'anno, cioè nelle quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo spirito et resta il corpo…noi con le mazze di finocchio et loro con le canne di sorgo…".
Nel momento in cui l’anima lasciava il corpo, questo non doveva essere toccato, pena l’impossibilità dello spirito di farvi ritorno con conseguente morte del corpo stesso.
Se avessero vinto contro il Maligno, il raccolto sarebbe stato abbondante con conseguente benessere per tutti, se invece il male avesse avuto la meglio, ne sarebbero derivate catastrofi e carestie. Come afferma il Romanizzi si potrebbe intravedere, in questo “scontro”, una riproposizione di rituali agrari ben più antichi e legati a quello che il Frazer definirebbe “spirito arboreo”, spesso identificato come l’aspetto maschile del culto primigenio della Grande Madre.
Essendo un culto agrario di matrice popolare, fu malvisto dalla Chiesa, che perseguitò i Benandanti tramite il tribunale dell’Inquisizione.
Come sappiamo, la mancanza di cibo genera allucinazioni e deliri mentali, In epoca medievale e rinascimentale i vari tipi di pane (impastato con ghiande e castagne o con quanto altro fosse disponibile) segnarono ancora più marcatamente i dislivelli sociali: i poveri s’inebriavano del pane nero e duro, che offriva calorie e senso di sazietà.

Così scrive Piero Camporesi ne Il Pane Selvaggio: “Il pane, oggetto polivalente da cui dipendono la vita, la morte, il sogno, diventa nelle società povere soggetto culturale, il punto e lo strumento culminante, reale  e simbolico, della stessa esistenza, impasto polisemico denso di molteplici valenze nel quale la funzione nutritiva s’intreccia con quella terapeutica (nel pane si mescolavano le erbe, i semi, le farinate curative), la suggestione magico-rituale con quella ludico-fantastica. E quando invece lo stomaco urlava straziato la sua fame, iniziava ‘Il viaggio collettivo nel sogno’, perseguito con la ‘ubriachezza domestica’, con l’ausilio dei semi e delle erbe allucinogene, nato da un sottofondo di cronica sottoalimentazione e molto spesso di fame, che è il più semplice e naturale produttore di alterazioni mentali e di stati sognanti, aiuta a spiegare il manifestarsi di  questi deliri mentali collettivi …”.
006 Allegoria della Madre TerraQuando la Chiesa condannava qualche prigioniero ad assumere in precisi momenti esclusivamente pane e acqua, intendeva sottolineare che assumendo questi due elementi, i condannati potevano riprendersi dagli errori commessi, abiurandoli grazie appunto all’azione “salutare” operata dal pane che, come abbiamo visto, era considerato simbolo di rinascita, mentre l’acqua assumeva una funzione purificatrice. A questo proposito, così si espresse il tribunale dell’Inquisizione nei confronti di Graffia de Polidoro, una quindicenne “janara”  beneventana: “Ma perché dimostri d'essere pentita delli suddetti errori e dimandj perduono, ce contentiamo de recevertj nel grembo de santa chiesa, purché con cuor sincero e fede non finta abiurj, maledichi, detesti et anatematizzi l'apostasia dalla fede […]. Te condenniamo che debbi osservare l’infrascritte penitenze, nel modo e forma che da noi te sarrà data: Che per spatio di doj anni per penitentia salutare te imponemo che ogni sexta feria debbi degiunare in pane…”.

Un tempo sull’architrave in pietra della bocca del forno si trovava spesso incisa una croce e anche  la massaia si faceva il segno di croce prima di iniziare l’impasto così come segnava in croce i pani prima di infornarli.
Molti sono i rituali e le credenze, come abbiamo visto, legate al pane e molti di essi si riscontrano e sono collegati a precisi eventi (il pane delle dodici notti, il pane di S. Valentino, il pane di primavera). Il “giorno del pane”, inteso come alimento materiale e spirituale, è  quindi presente come alimento insostituibile in tutte le ricorrenze più importanti.
 Se il pane di Natale  veniva  spartito tra i commensali che ne conservavano un poco considerandolo un vero e proprio amuleto contro le sciagure, il pane più ricco della ricorrenza pasquale veniva consumato in letizia come vero simbolo di benessere, condivisione, abbondanza, rinascita e speranza di un prossimo ricco raccolto.
In molte realtà rurali le massaie si astenevano dalla preparazione del pane fra il giorno di Santa Walpurga, il 29 aprile, e il primo maggio (Kalenda Maya), poiché in questo periodo il pane sarebbe ammuffito. Nella notte di Santa Walpurga occorreva mantenere il digiuno se si voleva essere esauditi nella richiesta di essere liberati da un triste ricordo. Il rito del “Vai via dal mio cuore” consisteva nello stendersi a terra in posizione a stella (braccia e gambe divaricate) con lo sguardo rivolto al cielo  chiedendo alle forze della natura di liberare il cuore dal dolore di un ricordo o dell’ abbandono di un amore.  
Conosco persone che lo hanno praticato  e dicono che abbia dato buoni risultati.     


Alcune strofe tradotte di Kalenda Maya dedicate alla donna amata del famoso trovatore provenzale  Raimbaut de Vaqueiras  (1165 1207)


Calendimaggio
non c’è foglia di faggio
ne canto d’uccello
ne fiore di giglio
che mi piaccia
o donna prode e gaia
sino a che un veloce messaggero
della vostra bella persona
non mi rechi un nuovo piacere…

Si potrebbe parlare a lungo di credenze e superstizioni legate al pane, termino questa breve disamina ricordando che il pane ha oscillato per secoli fra l’essere simbolo di povertà (un tozzo di pane indica appunto scarsità di cibo) e simbolo di raffinatezza, oltre che di conservazione delle tradizione quale è ancora ai giorni nostri.
Anche la parola companatico, dal latino medievale, indica una pietanza da consumarsi proprio col pane, a sottolineare ancora una volta l’assoluta importanza di questo alimento nella vita dell’uomo.



Il Pane di primavera

  • 500 g di farina
  • 200 g di patate lessate e passate al setaccio
  • 1 uovo intero per l’impasto e un tuorlo per spennellare la superfice del pane
  • ½ cucchiaino di zucchero
  • 25 g di lievito di birra
  • ½ cucchiaino di sale
  • ¼ di latte
  • 8 cucchiai di olio extravergine
  • 100g di formaggio grattugiato (qualsiasi tipo si preferisca)
  • 300g di bietole lessate

Il Pane di Primavera

Sciogliere il lievito di birra e lo zucchero nel latte, unirvi la farina, l’uovo e il formaggio grattugiato e il sale  e l’olio d’oliva , lavorare con cura   l’impasto che dovrà risultare elastico, lasciare riposare  30 minuti ,  impastarlo  ancora  una volta e continuare la  lievitazione per almeno due ore avendo cura di coprire con un panno umido in ambiente caldo . Nel frattempo lessare le bietoline, lasciarle raffreddare e strizzarle bene per  scolare l’acqua di cottura.
Unire al pane le bietole, lavorare velocemente e dare al prodotto la forma desiderata ( anello, treccia o pagnottella ).
Lasciare ancora a riposo  per 10  minuti quindi mettere  in forno preriscaldato a 200° per 20/30 minuti.    

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