Cannibalismo

Written by Piero Meldini on Mercoledì, 06 Marzo 2013. Posted in Marzo 2013, La pagina di Piero Meldini

Dio solo sa che cosa abbia indotto Giulio Einaudi a pubblicare nel giugno del 1949, in un’Italia che stentava ancora a far quadrare il pranzo con la cena, un libro di seicento e passa pagine sull’antropofagia scritto dieci anni prima, nella Germania hitleriana, da un giovane studioso che sarebbe morto nell’immane orgia cannibalica della guerra.

Il cannibalismo, Ewald Volhard
 

Fatto sta che Il cannibalismo di Ewald Volhard (ultima edizione italiana: Milano, Res Gestae, 2013), allievo di Leo Frobenius, era e rimane tuttora il più ampio, minuzioso e documentato repertorio sugli usi antropofagici, basato su testimonianze dirette di esploratori, missionari ed etnologi.
Grazie a questo libro benemerito, sappiamo tutto quel che c’è da sapere sulle popolazioni che praticavano il cannibalismo, sulle circostanze in cui veniva esercitato, sui rituali che lo accompagnavano, nonché sulle sue differenti tipologie: dal cannibalismo di guerra, a spese dei nemici sconfitti, a quello “giuridico”, a scapito dei criminali condannati a morte; dal cannibalismo magico-religioso a quello parentale, encomiabile atto di pietà verso i propri cari defunti illustrato già da Erodoto; fino alle manifestazioni, relativamente rare, di cannibalismo profano. Apprendiamo, fra l’altro, che il I Congresso internazionale di Antropofagia fu tenuto nel 1871 a Bologna la Dotta (o la Grassa?). Apprendiamo qua e là, di straforo, qualche rara notizia di carattere gastronomico.

Canto XXXIII

Se la carne umana sia più o meno buona di altre carni, è questione controversa e di difficile soluzione, e non solo per banali ragioni pratiche. Come si usa dire in questi casi, sui gusti non si discute. Per alcune popolazioni non c’era sostanziale differenza: «La carne è carne» chiosa Volhard. Presso i Ba-Ati e i Baloi il costo di una capra e quello di uno schiavo da macellazione si equivalevano. Gli Jaga vendevano sul mercato rionale, più o meno allo stesso prezzo, sia la carne ovina e bovina che quella umana. I Bangwa non la distinguevano dalla carne d’antilope. Nel Nissan si ingrassavano e si commerciavano (l’accostamento non suoni maschilista) sia le donne che i maiali. Gli indigeni della Nuova Caledonia paragonavano la carne d’uomo a quella dei pesci di mare, e nelle isole Figi la vittima predestinata di un banchetto cannibalico veniva addirittura chiamata “pesce”. Altre popolazioni, invece, andavano ghiotte della carne umana, che giudicavano particolarmente prelibata. Per i Baja, i Sande, i Pambia, i Manjema, gli Haussa e via elencando, era la migliore in assoluto. Quando ai Basuto furono regalati bovini a patto che abbandonassero l’antropofagia, costoro si sentirono presi per i fondelli e rifiutarono indignati lo scambio. Gli indigeni di Tanna guardavano dall’alto in basso i bianchi che si cibavano di volgare carne suina mentre facevano gli schizzinosi con quella umana.

Anche su quale fosse la parte migliore – il cosiddetto “boccone del prete” – c’era disparità di vedute. Per i Babufuk e le altre tribù del Niger erano una leccornia le palme della mano; per i Warega i piedi e gli intestini; per i nativi della Nuova Guinea il cervello; per gli aborigeni del fiume Herbert il grasso intorno ai reni, considerato «un cibo leggero e rinforzante»; per gli antichi Tartari, a detta di John de Mandeville, le «orecchie condite con aceto»; per gli indigeni del Nissan i lombi; per i Wasongola e numerose altre popolazioni antropofaghe le mammelle femminili. Di queste pare fossero avidi anche gli Unni che, stando ad Americo Scarlatti, serbavano per Attila «le più tenere e delicate, quelle cioè delle fanciulle». Un paio di ragazze alla settimana, per consumarne solo le poppe, faceva macellare, nel suo piccolo, anche un capo di Aoba.

Il Conte Ugolino

Era opinione largamente diffusa che la carne più pregiata fosse proprio quella delle giovinette o, in mancanza, quella dei giovani schiavi castrati. I sovrani non si facevano mai mancare tagli pregiati di ragazze ingrassate allo scopo. Il re dei Baja non mangiava altro. Un capo degli Jaga, che ne andava ghiottissimo, ne sacrificò almeno un centinaio. I Bangala raccontavano la triste storia di un loro re che, benché ricco sfondato, si era ridotto in miseria «a furia di comprare tante graziose e grasse giovani femminucce per mangiarle».
Quanto alla provenienza delle carni o – come si usa dire oggi – alla “filiera”, tutti i cannibali gourmands concordano sulla qualità decisamente scadente di quella dei bianchi. Come ai volatili da cortile sono da preferirsi quelli bradi, – spiega Alberto Cougnet sulla scorta di Karl Lumholtz – così «la squisitezza o haut goût delle carni è sempre più pronunziata nella selvatica». Né è da stupirsi che la carne della razza gialla fosse quella tenuta in maggior pregio, «avvegnaché i Chinesi si nutrono quasi esclusivamente di riso, mentre i bianchi, oltre all’essere onnivori, le loro carni sono sempre impregnate di esalazioni di tabacco e di acquavite», donde la necessità di sottoporli preventivamente «ad un regime di gavage come le oche di Strasburgo».

Torre della fame

Con le puntuali osservazioni di Cougnet, frutto di competenze alimentari di prim’ordine, contrastano le scarne annotazioni di Volhard, che sbriga il lato culinario della faccenda asserendo che «la preparazione della carne umana non si distingue necessariamente da quella di altri generi di carne». Possiamo, con un po’ di fatica, estrapolare tre misere “specialità”: lo schiavo frollato per un giorno in acqua corrente, eviscerato e imbottito di banane, piatto tipico dei Bangala; la cottura in una buca scavata nel terreno e foderata di profumate foglie di kata, praticata dai Binbinga; l’affumicatura della carne umana da parte dei Mangbettu, dei Badinga, dei Bangala e altri ancora.

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