Mangiare, ridere, sorridere: ma con la testa please.

Written by Guido Pensato on Sabato, 22 Dicembre 2012. Posted in Dicembre 2012

Dalla biblioteca alla cucina e viceversa. Come accade in tanta "nobile" letteratura inglese, "gialla" e no. Come è accaduto per esempio a chi scrive oggi per questa rubrica e al suo germano (poco reale molto realistico) che si cimenta in altre sezioni del sito. Qui si cercherà - cercherà chi di volta in volta se ne occuperà- non di denunciare (almeno non solo) le proprie predilezioni, ma di enunciare e condividere curiosità, suggestioni, e incontri.

Tutto quello che - tra scaffali, stigli, ripostigli e riposti, tra passati ancora fumanti e futuri traballanti - solletica ancora palato e mente.

Giuseppe Lo Russo T'odio gastronomo

E accade in questa che è l'occasione del nostro nuovo inizio, nella quale proponiamo contemporaneamente stralci da una nota recente di un autore inglese e da un libro italiano appena appena (e con persistente profitto) "datato".

Brevi estrapolazioni che richiamano questioni sempre aperte in ambito gastronomico (nella storia e nella cultura specifiche e nel costume): i modi e le mode, le gerarchie e i poteri: l'informazione, i media, la cultura orale e quella codificata, i cuochi e i gastronomi (critici e non), le retoriche e le tecniche (di comunicazione, di preparazione).

Il criterio di proposta sarà - speriamo sia sempre - del tutto personale e al di là della semplice e mai obbligata o necessariamente totale condivisione; e NON vuole "aprire dibattiti", ma - fatalmente! - "sollecitare riflessioni". Per esempio attraverso le voci, in questo caso, di Steven Poole, scrittore britannico, e di Giuseppe Lo Russo “antigastronomo” (a lui faremo ancora ricorso nelle prossime uscite, per proporvi qualche annotazione da "T'odio gastronomo"): altrettante scosse al rischio del conformismo e del torpore postprandiali.

 

Guido Pensato
Mangiare, ridere, sorridere: ma con la testa, please

 “Una risata vi seppellirà”: era la fiduciosa minaccia scritta sui muri di Villeurbane durante il “maggio francese”. Lontana ormai: nel tempo e dall’essersi avverata; e dall’avverarsi, temo, nel prossimo futuro. Anche perché le occasioni per farsi quattro risate sono sempre più rare. E perché quelli che per mestiere sono stati o sono addetti alle risate sono stati o sono o aspirano ad essere ai vertici di quel potere che quello slogan libertario avrebbe voluto declinante. Il che aumenta – non tanto paradossalmente e al di là della più o meno grande drammaticità di ogni piccola o grande crisi – il numero delle situazioni e delle vicende che meriterebbero (amari) sberleffi, sonori e prolungati. Anche in settori non strettamente e non scopertamente “di potere”. Si pensi a quello del quale siamo tornati ad occuparci e continueremo ad occuparci da questo sito: - è un impegno e una promessa – con seria leggerezza.

Sinteticamente: un fantasma, anzi due fantasmi si aggirano ormai da anni tra cucine, fornelli, tavole, scaffali, librerie, edicole, biblioteche, pagine cartacee e web, schermi, tribune e cattedre: la bulimia e la logorrea gastronomica. E dire che cinquant’anni fa – assillati come eravamo dai morsi della fame postbellica e dalle (pre-)“visioni” alimentari distribuite da camionette e truckpol alleati – nessuno si sarebbe sottratto alla previsione che la nascita dell’Accademia italiana della cucina avrebbe confermato e rinnovato la tradizionale dicotomia cultura (abbondanza, erudizione e privilegio socio-gastro-economico-culturale) e natura (frugalità e marginalità socio-gastro-economico-culturale). Se c’erano, erano davvero pochi quelli che pronosticavano per il paese cornucopie scaffalate e pantagrueliche scorpacciate di massa. E invece quell’Accademia non disdegnò di provarsi a coniugare le occasioni di “crapula erudita” con gli allarmi su futuri scenari di “snaturamento” della tradizione alimentare (colta: alto-borghese e aristocratica) italiana. L’altra accademia, quella “vera”, continuava pervicacemente - ex cathedra e sull’onda lunga e ampia di un idealismo rigorosamente disgustato ed escludente – a ignorare discipline e tematiche “non alte”, non in grado perciò di attingere l’empireo delle “idee-caciocavallo” sospese nel vuoto dell’intelletto: salvo convocarle a un servizio ancillare di deschi degni di appetiti baronali e gourmandes.  

Stress da iperconsumo, nostalgia della fame e della frugalità, coscienza ambientalista, vedovanza da morte delle ideologie, rifiuto di non-luoghi e non-sapori: di qui il bisogno di riappropriarsi di una dimensione individuale e domestica del mangiare. Che non poteva non avvenire (e avvenne) per vie mass-culturali, mass-mediatiche: ma anche “movimentiste”.

Ed eccoci qui, nel grande bolo trash: contemporaneamente ipercalorico e iperdietetico, carnico-cannibalico e veganico, anoressico e bulimico, di un Occidente sul punto di precipitare in una planetaria discarica onnivora e/o in una sovracontinentale, altrettanto onnivora, ma famelica bocca.

Tornando al punto: poco da ridere? No, se risulta chiaro che ridere e mangiare si può con la bocca non escludendo la testa. Per non parlare del sapere e del capire: quello che stiamo mangiando e chi (o cosa) ci sta mangiando: le budella, il cervello e l’anima.

 

Steven Poole
La dittatura della polpetta

 Cuochi trattati come rock star. Libri di ricette in testa alle classifiche. La tv invasa da trasmissioni sulla cucina. Mangiar bene è la nuova religione laica: una moda insopportabile, sostiene lo scrittore inglese Steven Poole.

 La civiltà occidentale sta mangiando fino a rimbecillirsi. Viviamo nell’età del cibo. […]

I festival gastronomici sono i nuovi festival rock, con emozionanti performance dal vivo.[…]

Internet è stata invasa da blogger che postano fotografie di quello che hanno mangiato su una bancarella all’angolo della strada o in un ristorante alla moda, e compongono peana pseudoerotici sugli effetti stimolanti di certi piatti. Al momento cinque dei dieci best seller di Amazon nel Regno Unito parlano di cucina.[…]. Secondo i dati di Bookscan, nella primavera del 2011 la vendita di libri di quasi tutti i generi letterari nel Regno Unito era diminuita. Le uniche eccezioni erano le categorie “cibi e bevande” (+26,per cento) e “religione” (+13 per cento). Prima del 1990, la categoria “cibi e bevande” non esisteva nemmeno. Il fatto che solo la cucina e la religione fossero in controtendenza non era un caso: oggi l’interesse per la cucina risponde a esigenze metafisiche o legate a “stili di vita”.[…]

Di questi tempi non è considerato un segno di preoccupante alienazione annunciare pubblicamente che “la mousse al cioccolato è la cosa che mi emoziona di più” o dire di aver cenato al ristorante El Bulli di Ferran Adriá, sulla Costa Brava spagnola, “mi ha fatti piangere”.[…]

Naturalmente anche sul cibo si può riflettere in modo filosofico, come su qualsiasi altro tema. Ma non è quello che succede nella nostra gastrocultura. Dove porterà questa ossessione?C’è qualche mezzo di comunicazione o di intrattenimento, qualche social network che non è stato ancora travolto da questa insaziabile ricerca dei piaceri della gola, da quest’orda di adoratori del cibo? La follia culturale del cibo sta diventando una vera psicosi? Non faremmo meglio a preoccuparci di più di cosa ci mettiamo nella testa invece di quello che ci mettiamo in bocca?[…]

Da Alinea, a Chicago, dopo aver letto il menù lo si può mangiare. Forse per chi va al ristorante il menù commestibile è l’equivalente delle mutande commestibili per il sesso. Per delicatezza, lascerò la lettore l’elaborazione di questa analogia.

 Steven Poole è uno scrittore britannico. Il suo ultimo libro si intitola You aren’t what you eat. Fed up with gastroculture (Union Books 2012).

 “The Guardian” tratto da “Internazionale”, n.972/26 ottobre 2012, pp. 60-64

 

Giuseppe Lo Russo

Autocompiacimento.

Giuseppe Lo Russo L'antigastronomo

Atteggiamento frequente nella scrittura di molti autori di gastronomia, che amano esibire una sorta di autoeccitamento intellettuale volto a catturare alla propria esperienza degustativa “amici lettori”, convincendoli di copulare per quanto mangiano, e con altrettante vergini fanciulle per quante bottiglie stappano.

 Gastrolalia.

Il piacere della gola vuole che se ne consideri accanto, strettamente attinente, un altro, quello del parlarne (Folco Portinari)

    Dal greco gaster, ventre e lalein, blaterare, cianciare; insomma, quel chiacchierare intorno al proprio stomaco e ai suoi piaceri, che è un carattere assai diffuso del genere Scrittura – gastronomica.

Gastrolalia e gastronomismo sono gli aspetti più rilevanti di quel fenomeno epocale che lo studioso Piero Camporesi definiva come il flagello dell’inondazione gastrologica dei nostri giorni.

   Prede compiaciute del demone del protagonismo, gastrolalici sono quei gastronomi che, presentandosi come autentici idolatri del (proprio) ventre, presumono di assolvere al loro compito offrendo a chi legge un colorito e suggestivo resoconto dei piaceri o disgusti ricavati dalle loro innumerevoli bisbocce.

 

Scrittura-gastronomica.

 Molta scrittura gastronomica è da avvicinare propriamente a un’eloquenza epidittica, che tratta cioè di lodi, persuasioni e biasimi. In questa più frequentemente ricorrono i complementi etici (stammi contento, che mi fai?), quelli d’invocazione (oh, il calore delle piccole trattorie di campagna!), e la continua e insistita ricerca dell’interlocutore personale (amico lettore, gentile lettrice, amici golosi, tu che mi leggi, ecc.). […]

   Uno sguardo più allargato al genere, sfogliando a caso le riviste del settore, e troviamo deprimenti frequenze.

   I luoghi sono descritti sempre: di grande bellezza/piacevolezza/pace/religiosità/. I piatti: di grande equilibrio/raffinatezza/semplicità, che in grado più alto diventa francescana, ovvero: piatto preparato con amore certosino (è proprio vero, sì!). I prodotti: di assoluta genuinità, eccezionale qualità, vere delizie o, senza mezzi termini, tutti superbi, entusiasmanti, eccellenti. I dessert: di aerea soavità, di grande delicatezza, superbi, rare squisitezze, d’ineguagliabile fattura. Un giudizio, infine, sulla cucina di una trattoria di campagna? Immancabilmente: povera ma ricca di profumi e di sapori e dove i piatti sono sorprendenti.

   E se avesse ragione Brillant-Savarin (meditazione XXIV), a proposito di quel vincolostretto che c’è sempre stato fra l’arte di ben dire e l’arte di ben mangiare?

 

Alimentazione.

 Piero Camporesi, studioso e ricercatore scrupoloso delle ragioni sociali del cibo, operando un approccio semiologico al tema alimentazione popolare e cucina borghese, individuava nella prima la langue e nella seconda la parole, assegnando così all’alimentazione popolare la natura di un sistema statico e conservativo contrapposto a quello innovativo e rivoluzionario della cucina borghese.

   In analogia con tradizione orale e letteratura scritta, Camporesi scrive: Se ne deduce pertanto che l’alimentazione popolare sta al folclore orale come la cucina borghese sta alla letteratura scritta, e che perciò la prima opera in modo extrapersonale, sottoposta alla censura preventiva della comunità, mentre la secondaagiscesecondo i principi della creazione letteraria e personale.    

 Voci tratte da: Giuseppe Lo Russo, L’antigastronomo. Breve ideario di gastronomia, cucina e altro, Firenze, Coppini, 1998

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