Autori magri e libri grassi (e viceversa)

Written by Rino Pensato on Lunedì, 04 Febbraio 2013. Posted in Febbraio 2013, La MenSolA dei libri

La rubrica delle non-recensioni. Non abbiamo abbastanza sponsor per pagare un recensore di professione. Pertanto, in questo spazio troverete brevi segnalazioni di libri che ci son piaciuti, vecchi e nuovi, sempre accompagnati da brani o brandelli tratti da quei libri, troverete segnalazioni di riviste o di cose che abbiamo letto o visto su riviste, e troverete infine, segnalazioni di “sviste”, di quelle che non possono essere passate sotto silenzio, scovate in riviste e in libri e, nuovi e usati. Patti chiari, amicizia lunga, usare una frase fatta, cosa esecrabile, secondo la regola n. 3 del Come scrivere bene di Ukmberto Eco: “Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata”.

Come cominciare? Come ci capita, ci piacciono le gare veloci, ma non ci piace quando si punisce per una partenza “falsa” di un millesimo di secondo. Alla pistola elettronica preferiamo il “Pronti, partenza, via” di tanti anni fa.

I libri devono essere magri

Paolo Nori-Giuliano Della Casa. I libri devono essere magri, Mantova, Tre Lune Edizioni, 2008.

Prologo ed epilogo di un unico menù letterario che viene presentato in varie portate con la collezione di dipinti di Giuliano Della Casa. Il cibo viene servito nelle implicazioni e declinazioni con le abitudini golose di Balzac e Petrarca, le inclinazioni suicide di Hemingway e Majakovskij, la magrezza di Beckett e del giovane Sciascia o l’anoressia di Kafka (in copertina).
[Nota dal sito editoriale: http://lnx.trelune.com/index.php?option=com_content&view=article&id=42:i-libri-devono-essere-magri&catid=25:scritture-e-figure&Itemid=42]

“Secondo me quelli che scrivono i libri devono essere magri. Questa cosa si capisce bene a guardare Beckett. Guardate Beckett. Com'era Beckett? Era magro. Gli han dato anche il Nobel.
C'e un mio amico di Reggio Emilia che ha tradotto Beckett in dialetto reggiano. Ha tradotto un racconto che cominciava con 1'espressione I was feeling awfull. Che ritradotto in italiano dalla traduzione che ne ha fatto quel mio amico in dialetto reggiano suona cosi:
Stavo male. Be', c'è un traduttore italiano, che ha tradotto Beckett in italiano, quell’inizio lì, I was feeling awfull, l’ha tradotto cosi: Avevo una tarantola di inquietudini in petto.
Chissà cos'ha pensato, quel traduttore lì, Beckett ha preso il Nobel, deve aver pensato, non può mica scrivere Stavo male. Stavo male son capace tutti, di scriverlo. Beckett gli han dato anche il Nobel. Non può mica scrivere una cosa del genere. Ha preso anche il Nobel”.

Lunario dell’orfano sannita

Giorgio Manganelli, Lunario dell’orfano sannita, Milano, Adelphi, 1991

Fu un incontro micidiale e memorabile, quello fra la scrittura di Giorgio Manganelli e la realtà di tutti i giorni. Il fiammeggiante teorico della letteratura come essere autosufficiente e barricato in se stesso contro ogni pretesa della realtà investiva ora con temerarie incursioni ogni sorta di plaghe del mondo circostante – oltre tutto scegliendole dispettosamente fra quelle meno frequentate dalla letteratura. Il calcio, la scuola, l’astrologia, la Chiesa, il conformismo, gli intellettuali progressisti, la caccia, la televisione, la nevrosi da traffico, il turismo di massa, il cinema, l’università, il divorzio, lo spionaggio telefonico… Ma anche: il Duomo di Milano, un congresso di appassionati della cremazione, il Corano, un trasloco, i rapporti fra sesso e politica… Si direbbe che quasi ogni luogo deputato del cicaleccio serioso venga scompigliato e scompaginato in modo irrimediabile da questi futili corsivi. Come quando lo sguardo di Manganelli, fedele erede dell’«orfano sannita», questo essere espunto dalla storia, che continua a osservarla con il puntiglio del fantasma, comincia a vagare per il Louvre – e la penna annota: «Il Louvre vuole essere tutto, e forse è veramente tutto. Lo si percorre non senza orrore, come un ospedale di mendicità, un cronicario di capolavori incurabili». Lunario dell’orfano sannita fu pubblicato per la prima volta nel 1973.
[RISVOLTO. http://www.adelphi.it/libro/9788845907999]

“Non ho letto, né leggerò, finché ragione mi assista, il romanzo Il Padrino; già il fatto che un libro sia romanzo non depone a suo favore, e un connotate lievemente losco, come i berretti dei ladruncoli, i molli feltri dei killers, gli impermeabili delle spie, Quando poi un libro è delle dimensioni dei Promessi Sposi, lo si può leggere solo se è I Promessi Sposi, ora, di libri grossi come I Promessi Sposi che siano I Promessi Sposi ne esiste solo uno, ed e appunto / Promessi Sposi; e non ultima menda del Padrino è appunto quella di non essere I Promessi Sposi. Tuttavia, il piacere che un lettore di professione prova a non leggere Il Padrino e di natura modesta, di qualita semplice, di intensita mediocre. Un lettore di professione e in primo luogo chi sa quali libri non leggere; e colui che sa dire, come scrisse una volta mirabilmente Scheiwiller, «non l’ho letto e non mi piace». Il vero, estremo lettore di professione potrebbe essere un tale che non legge quasi nulla, al limite un semianalfabeta che compita a fatica i nomi delle strade, e solo con luce favorevole. Per un lettore medio, scartare Il Padrino è un gioco da ragazzi. È un blando piacere negativo, come quello di non venire arrestati, che ci succede quasi tutti i giorni”.

http://lnx.trelune.com/index.php?option=com_content&view=article&id=42:i-libri-devono-essere-magri&catid=25:scritture-e-figure&Itemid=42

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