Gabriele D'Annunzio e l’arte della réclame gastronomica

Written by Massimo Gatta on Mercoledì, 06 Marzo 2013. Posted in Marzo 2013, Bibliofilia del gusto

In questo 2013, anno dannunziano per eccellenza (ricorrono infatti i 150 anni dalla nascita, 1863, e i 75 dalla morte, 1938), un piccolo contributo, ai tanti che verranno offerti al Vate di Pescara, all’Imaginifico artiere, al Comandante di Fiume e al dandy italico per eccellenza, riguarda il rapporto del poeta abruzzese con la pubblicità d’autore, con particolare riguardo, per le specifiche tematiche trattate da Mensa, al mondo gastronomico, spaziando dalla creazione di slogan, alla denominazione dei prodotti fino alle semplici dichiarazioni di qualità.

pubblicità d autoreLa relazione intercorsa tra il mondo della letteratura e dell’arte e quello della pubblicità è molto ampia, complessa e diversificata; attraversa varie epoche, stabilizzandosi in maniera definitiva tra Otto e Novecento. Al suo attivo e nonostante possa apparire, ad uno sguardo superficiale, per gli scrittori e gli artisti solo un diversivo o un mezzo di guadagno ulteriore, conta una serie ampia di eccellenti collaborazioni, molte della quali rappresentano ancora oggi una traccia storica, elemento caratterizzante per molte aziende. Del resto si continuano spesso a utilizzare formule, nomi, espressioni legati a prodotti che in origine furono coniati da letterati, artisti, intellettuali, senza che si avverta il bisogno di rintracciarne la fonte. Tra i più prolifici e noti di questi scrittori-pubblicitari c’è appunto l’abruzzese Gabriele D’Annunzio: “Le sue réclame, confezionate in quantità industriale, potrebbero riempire un intero volume” (Paola Sorge).

Tra le prime campagne pubblicitarie dannunziane di matrice gastronomica si ricorda quella, condotta insieme a Matilde Serao (altra letterata e giornalista sovente prestata alla réclame) per la Premiata pasticceria Geremia Viscardi di Bologna, i cui famosi marrons glacés furono celebrati dal duo D’Annunzio-Serao in una pubblicità in facsimile di autografo, e alla quale collaborò per la parte grafica anche l’artista Nasica (al secolo Augusto Majani). Questo loro pur breve contributo alla pasticcieria merita di essere citato per intero: (Serao): "Io non alletto il palato che con i marrons glacés, i soavissimi marrons glacés". (D’Annunzio): "Ella strinse fra le belle dita i marrons glacés e soavemente sorrise". Ci immaginiamo la scena, nell’originale scritta in facsimile di autografo e circondata da un tralcio di castagno, opera di Majani; i due scrittori in dialogo, che stringono tra le dita gli zuccherosi dolci bolognesi, con le tracce di zucchero che scivolano sia sul bavero del Vate che sulle labbra carnose dell’opulenta giornalista napoletana, moglie di Edoardo Scarfoglio la quale, di stazza non esile e pure tracagnotta, non rappresentava certo l’ideale di femme fatale di cui l’imaginifico amava circondarsi di giorno, e soprattutto di notte, nelle sontuose e iperaffollate stanze del suo Vittoriale a Gardone, donne-amanti alle quali Giordano Bruno Guerri ha appena dedicato un bel libro. gabriele d annunzioMa si sa per l’argent tutto si può e D’Annunzio aveva un bisogno spasmodico e continuo d’argent e sarà proprio la ricerca del guadagno la forza motrice della sua vasta e prolungata collaborazione col mondo della réclame. Non ancora chiara, a distanza di tanti decenni, è la somma astronomica che egli richiese, e ottenne, per fare pubblicità nel 1918 ai nuovi magazzini de La Rinascente, rilevati nel ’17 dall’industriale Barduzzi, e il cui nome La Rinascente, coniato appunto dal poeta abruzzese, faceva diretto riferimento ai nuovi locali sorti sulle ceneri degli ex grandi magazzini Bocconi, andati letteralmente in fumo dopo un disastroso incendio. In una lettera a Barduzzi, del 28 luglio del ’17, così si esprimeva il Vate: “Mio caro amico, Le scrivo in gran fretta. Parto fra mezz’ora per bombardare Grahovo. […] Il titolo della società è questo. L’ho trovato ieri sul vallone di Chiapovan “La rinascente”. E’ semplice chiaro opportuno. Inoltre si collega con il motto”.

Anche al mondo dei liquori il Vate dedicherà vari motti, tra cui “Purpureo sanguine potior” (Posseggo sangue purpureo), creato per il liquore da lui chiamato Sangue di Morlacco (un semplice sherry): “l’antico ratafià divenne il liquore cupo che alla Mensa di Fiume chiamavo Sangue Morlacco”. Così appariva un avviso pubblicitario per il liquore Sangue di Morlacco. Come ricordato da Giovanni Comisso ne Le mie stagioni (1951) il battesimo avvenne nella saletta di una vecchia trattoria di Fiume, “Il Cervo d’oro”, ma ribattezzata dal solito D’Annunzio “L’Ornitorinco”. Scrive Comisso: “All’Ornitorinco il Sangue Morlacco riceve la sua denominazione. Innocuo Sherry Brandy, discretamente appiccicoso, estremamente discutibile, sotto nessun aspetto il liquore si merita tanto nome; sennonché un giorno un quotidiano britannico rese di pubblica ragione come D’Annunzio fosse “un tiranno barbaro che succhiava il sangue dei Morlacchi”. La trovata ci tenne allegri e il Comandante impose di nuovo il nome al falso Sherry Brandy”.

aurum dannunzioMolte altre sono le incursioni dannunziane nel mondo liquoristico, delle quali in pochi oggi si ricordano ma che all’epoca furono il baricentro di intere campagne pubblicitarie a lui riconducibili e che facevano lievitare la fama di questi prodotti. Sarà così ad esempio per il liquore abruzzese Aurum: “Ad Amedeo Pomilio che mi donò levis ponderis aurum” (dedica al produttore abruzzese che da allora, era il 1922, chiamerà il suo prodotto appunto Aurum); e ancora a Pomilio invia il seguente telegramma: “La Cerasella è squisitissima. La mia fine d’anno si annega in un ruscello di Cerasella per disperazione di questa mia vita miseranda…”; oppure “La bottiglia di Aurum è andata a ruba”, e in una lettera del 26 maggio 1926 pubblicizzata dalla “Ditta Gazzoni” di Bologna si legge di mano del poeta “Amaro Montenegro: il liquore delle virtudi”.

L'Aurum era una bevanda alcolica con una gradazione di 40°, nato dall’unione fra un distillato di vino brandy e un infuso di agrumi all’arancio, caratterizzato da una perfetta fusione di profumi e sapori, netti e precisi, condensati negli alambicchi della distilleria e poi equilibrati in botti di rovere nella quiete delle cantine. Era un prodotto di nicchia, poco conosciuto al di fuori dell’Abruzzo, ma che rappresentava una delle sue specialità più apprezzate. Viene ancora oggi prodotto a Pescara e la sua nascita risale agli anni Trenta legata appunto al nome di Amedeo Pomilio che, alle doti di imprenditore appassionato, univa un’attività di uomo di cultura. Il nome del liquore venne scelto da Gabriele D’Annunzio ai primi del Novecento, in riferimento alle origini romane attribuite alla ricetta. La parola deriva dal termine latino aurantium  per l'arancio, il frutto dell’oro. L’Aurum può essere bevuto liscio o con ghiaccio fuori pasto, è adatto anche da  miscelare nei cocktails. Quindi grande rispetto a questo liquore che lo stesso D'Annunzio definì “oro di lieve peso” (levis ponderis aurum). Per rafforzare i legami storici con la romanità il liquore venne confezionato in bottiglie particolari, che nella forma arrotondata, e nel colore scuro, ricordavano alcuni contenitori rinvenuti negli scavi archeologici di Pompei. Perfetto l’abbinamento col dolce Parrozzo, di cui parleremo.

Ancora in ambito liquoristico come non ricordare l’italianissima Acquarzente (al posto dell’esterofilo cognac), di cui il poeta scriveva l’11 maggio del ’27 a Lionello Stock, amico di Umberto Saba e produttore del noto cognac italiano Stock (Stock 84): “Mio caro Lionello Stock, dall’Istria vengono a me tutte le cose migliori e tutte le peggiori: le delizie e le angosce, le grazie e gli strazi. […] Questa Acquarzente, che voi mi donate con tanta gentilezza, sembra contenere non so quale amabile colore, non so qual forza e quale aroma, che mi rappresentano in un modo essenziale l’anima dell’Istria. Vis est ardentior intus. Ecco il mio gallo che eccita l’aurora. Excitat auroram. Il vostro, Gabriele D’Annunzio”. La traduzione del motto rivela un emblematico e simbolico La forza è più ardente all’interno.

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E così fu anche per la semplice acqua, come si legge in una lettera da Gardone del 21 giugno del ‘21: “Caro Fantoni, la Sua Acqua di Fiume è limpida e leggera come quella che dal Carso scende ad alleviare l’ardore della Città Olocausta. Ma quella è oggi intossicata, ahimé! Io ho creduto di bere nella Sua la mia illusione”, che potrebbe fare il paio con il celebre motto del Vittoriale Ottima e l’acqua, questa però non per quella da bere. “E’ il primo verso di un’ode di Pindaro riprodotto sul soffitto a lacunari del Bagno blu, la favolosa Stanza da bagno del Vate ricoperta di miriadi di mattonelle persiane, idoli dorati, sculture e argenti preziosi. Nel raffinatissimo Bagno delle Ospiti, in una nicchia sopra la vasca, accanto a una statuina in maiolica bianca, troviamo lo stesso motto con un’aggiunta in tono alquanto misogino: “Ottima è l’acqua / Trista è la donna” (Paola Sorge).

scrittori-e-pubblicitaInvece per le gallette salate della Saiwa messe in rapporto ai loro biscotti dolci, ancora oggi portabandiera del celebre marchio, resta quanto scritto nella lettera del Vate alla Saiwa, dal Vittoriale, 11 marzo del ’29 (che sospettiamo venisse assai ben remunerata): “Da gran tempo, nelle brevi tregue del mio lavoro, io mi nutro di cinque o sei delle vostre gallette salate e d’un bicchiere d’acqua freddissima. Se chiudo gli occhi […] mi sembra di rimangiare […] il pan biscotto della mia adolescenza: quel pane rotondo stiacciato e bucherellato, duro come un bozzello ma più leggero di un sughero da rete, che qualche volta si accompagnava grecamente a un pugno di ulive secche. […] Queste vostre novissime scatole di biscotti fini superano in finezza e il avidità le migliori d’Inghilterra. Son troppo squisite per me. Vi ringrazio e vi lodo, ma resto fedele alle vostre inimitabili gallette. Tostae fruges (Grano tostato). Gabriele D’Annunzio marinaio”. Ancora oggi le grandi scatole della Saiwa, svuotate del loro delizioso contenuto dalla golosità del Comandante, sono conservate  al Vittoriale.

Altra collaborazione imaginifica, seppur breve, fu quella con la Pasticceria Piva di Fiume, la regina delle pasticcerie “con aperitivi autografi”, per la quale il Vate conierà il motto nel solito latino “Etiam ex amaro dulcedo” (Anche dall’amaro la dolcezza).

Luigi D AmicoNeppure le arancie (scritte con la i) siciliane si sottrarranno alla bacchetta magica dannunziana (e al suo eterno bisogno di soldi, sitibondo d’argent): “Dalle deliziose arancie sono dissetato e pur sempre sitibondo. Prego spedire il conto perché io possa inviare l’oro del Garda per oro della Conca d’Oro”.

Infine il Parrozzo, il celebre dolce pescarese, ripetutamente celebrato da D’Annunzio e al quale venne dedicato un raro e raffinato opuscolo a firma Luigi D’Amico, produttore del dolce, elegantemente stampato a Pescara dallo stampatore d’arte De Arcangelis, intitolato La casa del poeta, con facsimili di lettere dannunziane, foto e altro materiale legato al rapporto tra D’Annunzio e il Parrozzo. In questo articolo per Mensa si è pensato di documentare tale rapporto ristampando alcune parti dell’opuscolo; la copia in nostro possesso, forse appartenuta allo stesso D’Amico, conserva all’interno anche altro materiale pubblicitario documentario, come il rarissimo foglio Il dolce senza nome, che riproduciamo qui per la prima volta, una lettera dattiloscritta con interventi a matita, con le modalità per realizzare il dolce, e alcuni facsimili sciolti di lettere di D’Annunzio a D’Amico, scritte in dialetto abruzzese. Ricordiamo che il nome Parrozzo viene da Pane rozzo.manifesto aurum liquor

In effetti però non fu Gabriele d’Annunzio a dare il nome al dolce, come comunemente si crede, bensì il pasticciere pescarese Luigi D’Amico che lo aveva creato nel settembre del ‘26. Nella lettera che lo stesso D’Amico invia al poeta il 27 settembre, a Gardone presso il Vittoriale, scrive infatti: “Illustre Maestro. Questo Parrozzo – il Pan rozzo d’Abruzzo – vi viene da me offerto con un piccolo nome legato alla vostra e alla mia giovinezza”. Per la realizzazione del dolce D’Amico si era ispirato al pane rozzo dei contadini abruzzesi fatto con il granturco, di forma semisferica e cotto nel forno a legna. Facendo rimanere la forma inalterata, aveva riprodotto il giallo del granturco con quello delle uova e aveva adoperato una copertura di finissimo cioccolato, per imitare lo scuro delle bruciature caratteristiche della cottura nel forno a legna. Sui rapporti tra D’Annunzio e D’Amico così scrive Enrico Di Carlo: “Durante gli anni trascorsi al Vittoriale, Gabriele d’Annunzio aveva intrattenuto frequenti rapporti epistolari con il pasticciere pescarese Luigi D’Amico (1885-1954) il quale, nel 1926 e 1927, aveva creato due dolci, il “Parrozzo” e il “Senza nome”. Dolci che, inviati a Gardone Riviera, avevano trovato ampio consenso da parte del poeta il quale, dopo aver assaggiato il Parrozzo, scrisse addirittura a D’Amico un sonetto dialettale che terminava con i versi: Benedette D’Amiche e San Ciatté / O Ddie, quanne m’attacche a lu parròzze, / ogne matine, pe’ lu cannaròzze / passe la sise de l’Abbruzze me’.

A queste due gustose creazioni, d’Annunzio non rinunciò mai: «Ti sono tanto riconoscente della tua costante e vigilante amicizia ma alla riconoscenza si mescola il rancore per la tua continua sopraffazione di donatore». Oggi, la ricca documentazione appartiene a Pierluigi Francini, attuale titolare dell’azienda e nipote di Luigi D’Amico”.

In una bella e significativa lettera del 9 dicembre del 1934 al creatore del Parrozzo D’Annunzio tra l’altro scriveva: “Mio caro Luigi, sempre al mio cuore il tuo parrozzo è come il più profondo sasso della Maiella spetrato e convertito in pane angelico. Non l’offri tu ritualmente all’Arcangelo esiliato? […] Raccomandami a San Ciattè e a San Brandano. Ti abbraccio.”
Pochi anni dopo, il primo marzo del 1938, Gabriele D’Annunzio vecchio e malato moriva nel suo Vittoriale di Gardone.

 

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