Giacomo Leopardi tra impudichi sorbetti e asini fascisti (o fascisti asini)

Written by Massimo Gatta on Lunedì, 04 Febbraio 2013. Posted in Febbraio 2013, Bibliofilia del gusto

Chissà se Giacomo Leopardi conosceva il De’ sorbetti, saggio medico fisico del dottor Filippo Baldini, pubblicato a Napoli nel 1775, volume al quale andava aggiunta la seconda parte De’ bagni freddi con una appendice sui bagni d’acqua marina, dello stesso autore; oppure, riguardo al caffè, il celebre saggio di Vincenzo Corrado, Trattato istorico del caffè (Napoli, Saverio Giordano, 1820). Poteva quanto meno aver sentito parlare del libro del Baldini, vivendo a Napoli dal 2 ottobre del 1833, giuntovi insieme all’amico Antonio Ranieri; probabile l’avesse addirittura nella sterminata biblioteca paterna di Recanati.

 

Il Gambrinus e la sua epoca

 Il volume di Baldini era un approfondito studio medico dedicato, tra l’altro, a questo gustoso alimento, del resto molto amato dal contino recanatese, insieme a tante altre tipologie di insuperabili gelati come mantecati, spumoni, cassate, cremolati  e granite al limone del celebre Vito Pinto, detto Zi’Pinto, (comprese le sue pizze dolci), che quasi quotidianamente ama gustare, golosamente seduto ai tavolini del famoso Caffè “Due Sicilie” in Largo alla Carità. La vecchia insegna del locale, di memoria settecentesca, che recava la scritta “Bottega del Caffè” fu riutilizzata da Pinto per la sua nuova attività. Infatti il “sagace don Vito non si limitava ad offrire alla sua clientela soltanto del caffè, ma serviva anche una specialità originale e sublime che produceva personalmente nei suoi laboratori: era il sorbetto, che recava in sé il delizioso sapore della crema pasticciera” (Anita Curci); ma Leopardi amava anche le sale del ben più letterario “Caffè d’Italia” in piazza San Ferdinando, poi chiuso nel 1936 in pieno fascismo. I Borboni apprezzavano a tal punto il piacere dei sorbetti da concedere titoli nobiliari a molti maestri artigiani del settore.

Ottocento Napoletano

Il maestro gelatiere Vito Pinto, talmente famoso da giungere al titolo di Barone, venne persino citato da Leopardi in un verso: “quella grand’arte onde barone è Vito”.

Se avesse però letto il saggio erudito del Baldini, il poeta avrebbe appreso utili informazioni, soprattutto dal secondo capitolo della prima parte, dedicato agli Effetti delle bevande ghiacciate dette Sorbetti, o Gelati presso di noi, evitando forse quelli esiziali per la (sua) salute, come purtroppo avvenne. Leopardi, negli afosi pomeriggi napoletani, uscendo dalla sua abitazione di Vico Pero 2, proprietà di Prospero Jasillo (dove vive dal 9 maggio del ’35), per recarsi al Caffè “Due Sicilie” (abitazione alternativa alla celebre Villa delle Ginestre a Torre del Greco, di proprietà di Giuseppe Ferrigni, che Leopardi utilizza nella speranza di trovare qualche sollievo alla sua salute); scendeva per Santa Teresa degli Scalzi, costeggiava la mole enorme e inquietante del Palazzo dell’Università, che il conte di Lemos aveva trasformato appunto da caserma in Palazzo degli Studi, diventata in seguito la prima sede della Biblioteca Nazionale, dov’era bibliotecario il grande poeta Salvatore Di Giacomo, e in seguito e fino ad oggi il Museo Archeologico. Giungeva così in piazza del Mercatello (oggi Piazza Dante) e proseguendo per via Toledo (l’attuale Via Roma fascista) si fermava appunto al Caffè “Due Sicilie” in Largo alla Carità, suo locale preferito, gestito da Vito Pinto. Non uno, non due gelati, ma ne voleva tre o quattro insieme e “[…] se li faceva porre uno sopra l’altro, così da comporre una piccola montagna di sciroppi e creme rapprese”, come scrive Alberto Savinio nel 1939 su “Omnibus”. “Amava ordinare porzioni enormi, per le quali la gente intorno lo derideva dicendo “che era più grande il suogelato di lui”. Treich, infatti, nel suo Almanach des Lettres racconta che Leopardi era solito ordinare “tre grossi gelati per volta e quando il cameriere li portava, gli diceva di metterli l’uno sull’altro. Ma procediamo con ordine.

I caffè napoletani

Leopardi muore a Napoli il 14 giugno 1837 durante l’epidemia colerica, una morte carica di misteri che neppure Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi (1880), di Antonio Ranieri, contribuirà a chiarire, anzi. Del resto in una lettera al padre del 9 marzo del ’37 il poeta scrive: […] io grazie a dio, sono salvo dal colera, ma gran costo. Dopo aver passato in campagna più mesi tra incredibili agonie, correndo ciascun giorno sei pericoli di vita ben contati […] il colera, oltre che è attualmente in vigore in altre parti del Regno, non è mai cessato neppure a Napoli, essendovi ogni giorno, o quasi ogni giorno, de’ casi che il Governo cerca di nascondere. Centodue anni dopo la morte, in occasione delle celebrazioni leopardiane, Alberto Savinio gli dedicava un lungo articolo, Il sorbetto di Leopardi, pubblicandolo sul n.4 del 28 gennaio 1939 di “Omnibus” (Settimanale di Attualità politica e letteraria. Direzione: Roma, via del Sudario 28. Telefono 561635 / Amministrazione: Milano, Piazza Carlo Erba 6. Telefono 20600 / Mondadori-Rizzoli & C. Editore), fondato e diretto dal 1937 dal geniale “frondista” Leo Longanesi. Sarà, quello, l’ultimo numero del primo grande rotocalco italiano, come giustamente ricordato in varie circostanze da Oreste del Buono e Indro Montanelli. Giornale chiuso dopo solo due anni, con Longanesi e Savinio mandati a spasso. Provvedimento telegrafico firmato Dino Alfieri, potente ministro del Ministero della Cultura Popolare, all’indirizzo del prefetto di Milano (il settimanale era infatti stampato a Milano da Angelo Rizzoli): Prego V.E. disporre che settimanale “Omnibus” edito da Rizzoli-Milano sospenda sue pubblicazioni per revoca riconoscimento del gerente responsabile Leo Longanesi causa atteggiamento tenuto periodico in questi ultimi tempi.

Trattato istorico del caffè

Ma quali fossero questi “atteggiamenti”, tollerati da Mussolini ma fino a un certo punto, lo si intuisce tra le righe del telegramma che il podestà di Napoli, Giovanni Orgera, invia ad Alfieri all’indomani della chiusura di “Omnibus”, e dove esprime il […] ringraziamento della città per il vostro energico rapido salutare provvedimento. Ma che c’entra il povero Leopardi in una faccenda dai chiaroscuri squisitamente politici? C’entra eccome, perché Savinio nel suo bellissimo scritto, tra altre riflessioni ironiche, pungenti, criptiche, si dilunga su due episodi spinosi: la morte, appunto, del poeta recanatese, vera gloria nazionale, causata a suo dire dalla di lui (Leopardi) sfrenata passione per […] gelati, sorbetti, mantecati, spumoni, cassate e cremolati (Savinio), che quasi quotidianamente amava gustare al Caffè “Due Sicilie”, e forse anche al Caffè d’Italia”, chiuso nel 1936, uno dei caffè storici italiani e gioiello, insieme al Gambrinus, della grande stagione della Belle époque napoletana. Per tale ingordigia, che strideva con l’immagine seriosa del poeta dell’Infinito, lo stesso sarebbe morto […] di una leggera colite che i napoletani chiamano ‘a cacarella” (Savinio), termine questo dialettale che indica una forte e ripetuta diarrea, lasciando intuire che quei gelati fossero confezionati con norme igieniche non certo ottimali. Del resto questo aspetto fin troppo umano e privato del poeta recanatese, e già noto a suo tempo al grande Alexandre Dumas, compare anche in un romanzo di Vladimiro Bottone, L’ospite della vita: Nelle pagine del romanzo di Bottone, il piacere che Leopardi provava nel gustare quei gelati, ma ancor più nell' osservare le belle signore che se ne servivano, viene descritto in termini a dir poco lussuriosi: le dame accaldate facevano ressa al buffet per rinfrescarsi con quello spumone «oblungo, con una testa rotonda in punta, che si tiene in mano, che si lecca volentieri assai (G. Afeltra). Eppure il Baldini, nel trattato sopra citato, era stato fin troppo chiaro; al paragrafo XXXI così scriveva:

Luigi Caflisch e i suoi successori

[…] Quando dunque questi visceri ricevono tanto alimento, che non lo possono digerire totalmente, le deiezioni sono liquide, bianchicce, e biliose. Quindi ne risulta che, trovandosi la natura oppressa per la facoltà espulsiva delle budella irritata dagli umori nocivi, si approfitta con i scoli ventrali per discacciar le crudità, dalle quali da per se procura liberarsi. E poco prima, con eguale lucida analisi medica, aveva indicato: […] Quando la forza de’ nostri umori diviene maggiore del naturale, le parti, dalle quali si compongono, dovranno alquanto discostarsi dai loro contatti; laonde l’intera lor massa costretta ad occupare maggior volume, eserciterà maggiore impeto sulle pareti de’ vasi, per i quali ella circola, e continuando i fluidi ad espandersi, la resistenza de’ solidi verrà finalmente superata in modo, che o permetterà il passaggio allo stato di speciale fluidità a quegli umori, che ne sono più capaci, o cederà alla forza impellente.

 

Quattro chiacchiere sul caffè

La traduzione scatologica del tragico epilogo leopardiano fu in realtà solo una scusa con la quale il regime impugnò l’arma della censura contro un brillante  e innovativo settimanale (largo utilizzo della fotografia), lo scrittore e il suo direttore, che da troppo tempo costituivano per Mussolini una spina nel fianco e che, seppur tollerati, continuavano imperterriti a pestare troppi piedi importanti. Leopardi, gloria nazionale, non andava offeso con riferimenti alle sue umane, troppo umane passioni di (uomo) goloso, accostandogli poi la prosaica cacarella intestinale, di cui fu certo vittima. Era troppo!

 

 Savinio, verso la fine dell’articolo e veniamo al casus belli, in un acuto, ironico e flautato passaggio si dilunga inoltre sulla  chiusura, avvenuta pochi mesi prima, di un altro storico caffè napoletano, il leggendario “Gambrinus”, che ancora oggi accoglie il pubblico nelle sue magnifiche sale, all’angolo di via Chiaia. Scrive Savinio, come meglio non si potrebbe: […] Ma il Gambrinus non c’è: il Gambrinus non c’è più […]. L’aria di Napoli è esiziale ai bei caffè, come le rose sono mortali agli asini. Impareggiabile Savinio!

Quasi una favola

Quanta arguzia in pochi millimetri di testo, con la categoria degli asini in prima fila a dire quanto le chiacchiere antifasciste (“le rose”), che s’involavano dai tavolini del “Gambrinus”, fossero esiziali per le orecchie del prefetto di Napoli e consorte (“agli asini”) che, proprio sopra le sale del caffè affrescate tra gli altri da Migliaro, Caprile e Volpe, avevano gli appartamenti privati. L’equazione asino-prefetto era fin troppo evidente a chi avesse “orecchie per leggere”, e il regime le ebbe, il povero conte Leopardi andò di mezzo e venne strumentalizzato. Altri erano i bersagli, altre le idee da combattere, altri i giornalisti e scrittori di “Omnibus” da mettere a tacere (Montanelli, Pannunzio, Soldati, Barilli, Missiroli, Landolfi, Brancati, Moravia, Patti, Vittorini), altri i giornali da chiudere. Altro che il povero Leopardi!

 

Il “Gambrinus” era stato chiuso, chiuso “Omnibus”, mandati a spasso Longanesi e Savinio. Come ha scritto la moglie di Savinio, Maria, in un suo libro di memorie: […] Durante il fascismo, Savinio fu uno dei rari intellettuali che sfuggirono al Ministero della Cultura Popolare. E per questo era guardato con sospetto. Un suo articolo su Leopardi, pare scarsamente ortodosso dal punto di vista del Regime, ebbe come conseguenza la soppressione del settimanale “Omnibus”, per ordine di Mussolini. Era il 1938. In quel periodo Savinio dipingeva molto, vendeva i suoi quadri, gli organizzavano mostre, ma, dopo questo fatto, tutto s fermò. Le mostre furono rinviate o soppresse, i giornali annullarono le collaborazioni. Questa situazione durò più di un anno.

 

Listi cibi

Il “Gambrinus” era stato chiuso poco prima. Eppure nelle sue sale, ridotte dopo la chiusura a raffinato scenario del Banco di Roma, e a quei tavolini, fin dal 1890 quando era nato col nome di “Gran Caffè”, si era seduta gran parte della letteratura fin de siècle: Scarfoglio, Di Giacomo, Zola, d’Annunzio, persino Oscar Wilde quando viveva a Napoli. Insomma Leopardi venne utilizzato dal regime; benché alla fine anche lui avesse realmente un debole per la materia culinaria, come ha dimostrato Giuseppe Marcenaro in uno scritto del 2005 (Morire di gelato), dove ha pubblicato tra l’altro e reso noto un rarissimo reperto manoscritto leopardiano tra le Carte Ranieri, Lista di cibi, con elencati quelli di cui il conte era particolarmente ghiotto e che comprendeva, tra gli altri, mitili, cozze, cannolicchi, ma anche spaghetti, formaggi, budini di riso, sformati di patate. La pancia leopardiana, quindi, pur presente nel quotidiano del poeta, sembra entrarci poco con la politica e l’antifascismo, con la fronda di Longanesi & C.

 

Massimo Alberini, in un lucido articolo di trent’anni fa, chiariva bene i termini della questione: […] La colpa di Savinio fu un’altra. Partendo per la Campania, egli aveva scritto a un amico dandogli appuntamento al Caffè Gambrinus. Savinio non era a conoscenza di una faccenda che divertiva – e indignava – i vecchi napoletani da qualche mese. A capo della provincia, vi era non un semplice prefetto, ma un funzionario statale definito, anche per accontentare la mania di grandezza partenopea, Alto Commissario. Il

Il sorbetto di Lopardi

Gambrinus era proprio sotto il palazzo della prefettura, e la moglie di Sua Eccellenza si arrabbiava perché i suoi bridge con le amiche erano disturbati dal fracasso dei camerieri e degli sguatteri. Convinse così il marito a chiudere il Gambrinus per motivi di ordine pubblico. Ignaro di tutto questo, Savinio, dopo aver trovato chiuso l’uscio di legno scrisse più o meno che “l’aria di Napoli è fatale ai bei caffè, come le rose sono velenose agli asini”. Giubilo dei napoletani, e immediata partenza per Roma dell’Alto Commissario, diretto a Palazzo Venezia: “Duce, questo gazzettiere mi dà del somaro”. Punto dal tafano, Mussolini soppresse la rivista. Purtroppo anche Alberini però ignorava, o fingeva di ignorare, che altro che il frastuono dei camerieri e degli sguatteri; quello che impensieriva realmente l’Alto Commissario, e gentile consorte, erano i discorsi, le riunioni, il confabulare politico che avvenivano nelle splendide sale affrescate del “Gambrinus”; discorsi che, sospettiamo, molto poco graditi fossero alle orecchie fasciste e che per questo vennero immediatamente messi a tacere, chiudendo il locale e usando il povero conte recanatese, e la sua proverbiale ghiottoneria gelatesca, come ottimo pretesto nazionalista. E chissà cosa avrebbe pensato Imi, il giovane protagonista ungherese del recente romanzo di Nicola Lecca La piramide del caffè, dell’intera vicenda leopardiana, gran parte della quale si svolse comunque tra aromi di caffè e sapori di gustosi gelati; avrebbe forse rimandato ogni giudizio alla lettura del Manuale del caffè? Ma dubitiamo che il puntiglioso manuale, predisposto come ci dice il romanzo dalla catena inglese Proper Coffee, nella quale lavorava appunto il giovane orfano protagonista, avrebbe fornito qualche indicazione in merito.
Non ci resta quindi che leggere questo bel romanzo, dimenticandoci delle tristi vicende del fascismo napoletano, dei suoi solerti e subdoli mestieranti, e del povero conte Leopardi, la cui golosità venne biecamente utilizzata da Mussolini & C.

 

La festa delle zeppole
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I caffè storici di Napoli
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